Obama l’iraqeno

Il New York Times esce con un analisi sull’effetto che ha la guerra in Iraq sulla politica estera di mr. Obama dicendo che il conflitto ha, nonostante il ritiro delle truppe in questi giorni, grandissima influenza sul presidente americano.

La guerra che Obama non ha mai voluto combattere, ha battuto la Clinton alle primarie grazie al suo voto contrario all’impegno militare quando era senatore, è diventata importantissima, poiché per il momento sembra che la missione di nation building abbia funzionato.

Rhodes, lo scrittore dei discorsi di politica estera di Obama, ha individuato due elementi portanti che ha prodotto questo conflitto:

  • Distogliere l’attenzione degli USA dal vero campo di battaglia, ovvero l’Afghanistan
  • Peggiorare la posizione degli Stati Uniti nel mondo

Questi due elementi hanno condotto la politica estera di Obama a doversi confrontare con il terrorismo con il pugno di ferro, Bin Laden ne è l’esempio più chiaro, e ad aprire un fronte più attivo, sia diplomatico che militare, in Asia, in quello che secondo la Clinton sarà il “Pacific Century” degli Stati Uniti, alla disperata ricerca di recuperare il terreno perduto in questo decennio.

Non si può sottovalutare la ricerca dell’impulso multilaterale, in netta contrapposizione con l’unilateralismo di  bushiana memoria e con buona pace di chi sostiene che Obama sia in continuità perfetta con la politica di Bush.

Ma più importante di tutti l’Iraq ha insegnato agli americani che possono vivere assieme agli islamisti, e la reazione, o la sua quasi totale mancanza, alle rivoluzioni arabe ne è la dimostrazione.

Ancora una volta il punto forte di Obama alle presidenziali sarà la politica estera, campo di grandi successi per il presidente democratico, che se fosse stato repubblicano a quest’ora avrebbe già il volto scolpito sul monte Rushmore.